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Se il banchetto rappresenta il momento ufficiale e diplomatico delle grandi occasioni, lo spettacolo più atteso è in realtà la danza in cui dame e gentiluomini, esibiscono la propria arte agli occhi attenti del pubblico e della corte. Ogni corte dispone di un vero e proprio corpo capace di creare in pochi giorni, vari balletti a diverso contenuto. La danza non è dunque un passatempo ozioso ma un’attività organizzata per il concorso di conoscitori ed intenditori assillati dal desiderio di scoprire il nuovo ed ottenere il successo. I commensali sono spettatori ed anche attori di una cerimonia solenne, nella quale interpretano il proprio ruolo pubblico. La danza, con il suo linguaggio muto, si presta alla creazione di eleganti coreografie perché, facendo ricorso ad allegorie e miti, possono elogiare i signori e esprimere il pensiero e al tempo stesso divertire gli spettatori. Le scene danzante hanno largo posto negli intermessi. Anche queste danze "rappresentative", che costituiscono un vero e proprio spettacolo, sono eseguite da gentildonne e gentiluomini. Nel XV secolo inizia a delinearsi chiaramente una distinzione fra i balli che per la fine hanno, in sostanza, lo svago dei partecipanti e le danze che si propongono come opere di composizione artistica con un proprio contenuto filologico o concettuale. Mentre i balli richiedono dai cavalieri e dalle dame semplicemente l'eleganza del portamento, la conoscenza di alcuni passi e una sensibilità al ritmo della musica, le danze "rappresentative" esigono un'esperienza notevolmente superiore, requisiti di un vero ballerino, che si dedichi alla danza, con continuità e impegno. Il ruolo sociale della danza all'interno della società cortese, induce i nobili ad assumere stabilmente il maestro di ballo come educatore, coreografo, cerimoniere e allestitore di feste. Ormai considerata un'attività morale - educativa e consigliata come esercizio per il corpo e per la mente - la danza diviene uno dei requisiti necessari alla formazione della dama e del cortigiano e come tale, impartita sin dalla tenera età. Questa fioritura fu lo sfogo di una particolare condizione di vita alle soglie del Rinascimento. Sul finire del Medioevo anche la danza fra le arti prende un suo posto definito e preciso. Un'euforia popolaresca invade le corti. Sotto questa smania del piacere si fa strada il desiderio per le belle maniere, le movenze aggraziate, un controllo del corpo. Di qui il bisogno di affidarsi a regole, a canoni, a leggi precise ed inflessibili. La danza divenne fatto comportamentale, legata a regole severe e precise del portamento nel perfetto stile aristocratico. Nasce cosi nelle corti italiane, per garantire un importante aspetto del loro grande spettacolo, il maestro di danza. I signori che affidano lo splendore della propria immagine allo spettacolo offerto quotidianamente alla corte, devono necessariamente essere esigenti con gli esperti, come maestro di danza, ai quali spetta il compito di creare lo spettacolo. Essi sono collaboratori, sia pure occulti, del loro principe, al quale devono rispondere personalmente della propria opera, atta ad un fine politicamente rilevante. In tal modo si spiega perché le lettere indirizzate da attori, musici, danzatori e cantanti ai signori siano spesso improntate ad un tono confidenziale e di spregiudicatezza che gli stessi gentiluomini non possono permettersi. Questi artisti, con la qualità e l'opportunità delle loro prestazioni, creano intorno al padrone un'atmosfera che lo rende autorevole e credibile. Le corti italiane già alla metà del Quattrocento sono altrettanti laboratori di danza. Acquistano un credito sempre maggiore i maestri di danza, i quali si preoccupano di organizzare le feste danzanti e di allestire gli intermezzi e anche di addestrare i principi e i cortigiani, che in queste sontuose riunioni rimangono i ballerini più prestigiosi, anche se affiancanti da professionisti. Quella che nel Medioevo è stata con consuetudine dettata semplicemente dalla circostanze, cioè dall'assenza quasi completa di ballerini ed attori professionisti, si trasforma, mentre comincia a nascere il professionismo della danza. Il signore del il cortigiano danno vita alle danze mediante una prestazione personale, che richiede un addestramento non solo musicale ma anche fisico. Con l'affermarsi del teorico e del maestro di danze, la danza di corte cessò di essere improvvisazione, creazione spontanea, per avere una sua tecnica definita con combinazioni prescritte di passi. Ogni strato sociale danzava e si necessitò di regole di distinzione che divennero un vero e proprio codice. Dunque, la danza di corte si differenziò notevolmente dalla danza popolare, pur continuando quest'ultima ad influenzare l'altra di immediatezza e spontaneità. La danza popolare è una esplosione spontanea di una comunità o di un gruppo, che nella danza ritrova la propria identità collettiva. La danza aristocratica nasce da un impulso egualmente sincero, che tuttavia comporta un elemento di riflessione e un adeguamento alle finalità che governano la vita della corte. E' una danza ordinata non solo allo scopo del suo migliore svolgimento orchestrico, ma una danza che nel suo ordine riflette innanzitutto le esigenze politiche del grande spettacolo della corte. Le danze rustiche del popolo, quali si possono vedere nei quadri fiamminghi, dovevano essere adattate all'ambiente ben diverso e lussuoso dei palazzi. Quello che nel popolo era spontaneo, primitivo, divenne formale, e quindi regolato, per i raffinati esponenti dell'aristocrazia alla quale bisogna insegnare come agire e comportarsi, dare musica opportuna, e selezionare il gusto. Poiché non si poteva saltabeccare e rallegrarsi come facevano i contadini, i nobili presero atteggiamenti più misurati, se non opposti. I maestri danza ordinarono danze non più lasciate all'arbitrio dei singoli, ma fermamente regolate.
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